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L'ecologia del fuoco

I Pini d'Aleppo e le conseguenze degli incendi
articolo di Nello Biscotti


Attualità  25/11/2007 14:24
Spesso già in autunno le tante ferite lasciate dagli incendi sembrano cicatrizzarsi. Dopo qualche pioggia estiva immediatamente una «coltre» di verde fatta di erbe e piccoli arbusti colora quelle pendici che in agosto sembravano mummificate dal fuoco. Il problema incendi, con questa premessa impone analisi più ponderate. Oggi a proposito di Ecologia del fuoco, materia vasta e complessa (di ricca letteratura), qualche considerazione è opportuna.

Com'è vero che il fuoco è un problema della regione mediterranea, indubbiamente fattore di degradazione, è anche vero che in quanto tale è un naturale componente dell'ecosistema: esisteva prima dell'uomo; per lungo tempo è stata diffusa pratica agronomica (se lo ricordano ancora anziani contadini). Non sono, queste, opinioni dei «fautori del fuoco», ma verità scientifica che ci viene dalla Botanica, che ha fatto del fuoco (Ecologia del fuoco) uno specifico campo d'indagine. Quanto detto induce il lettore a vedervi «scarsa cognizione di causa» o «percezione assolutamente settoriale dei fenomeni naturali». Nessuno ha mai affermato che il fuoco è utile, l'Ecologia del fuoco ci dice, invece, che il fuoco è un fattore ecologico, ampiamente compreso, studiato (tutto ciò che è sempre mancato), gestito.

Non è opinione dei fautori del fuoco che la vegetazione mediterranea riflette nei suoi caratteri uno stato d'equilibrio per il quale il fuoco ha un suo ruolo; non è solo capacità di difesa, ma è vero adattamento. La composizione e la struttura di questa vegetazione (che abbiamo imparato a chiamarla macchia, gariga) è stata per così dire «plasmata» dal fuoco, oltre che, ovviamente dal pascolo e dai tanti altri interventi antropici.
Cosa brucia generalmente nei nostri ambienti? La macchia e soprattutto le pinete di Pino d'Aleppo! La macchia è quella che prontamente si ricostituisce; le pinete, invece, o meglio lo strato arboreo della formazione, spesso sono compromesse definitivamente. La macchia si è adattata al fuoco, favorendo la selezione di tante specie con poter pollonifero e dunque con la capacità di rioccupare con più rapidità lo spazio percorso dal fuoco. Nella pineta, invece, questa rapidità è preclusa dal fatto che in essa prevalgono specie che si riproducono per seme, come il Pino d'Aleppo.

Spesso, nella macchia (e gariga), l'elevata frequenza di specie che si riproducono per via vegetativa fa sì che sono le stesse specie preesistenti al fuoco a rioccupare lo spazio bruciato assicurando così una continuità biologica al sistema. In questi casi si può parlare d'ambienti (o formazioni vegetali) in condizioni di «piroclimax», cioè di stabilità determinata dal fuoco. Continuità non potrà essere assicurata dalla pineta: con il fuoco si distruggerà lo strato arboreo (ciò che dispiace) ma si «apriranno» immediate condizioni riproduttive per tutte quelle specie che erano sottomesse dalla pineta (e cioè tutti gli arbusti a riproduzione vegetativa). Ecco perché sarà difficile rivedere com'erano le Pinete di tante altre colline costiere come quelle garganiche; a meno che le stesse saranno risparmiate da nuove fiamme. Se, per fortuna questo succede, si potrà costatare anche la straordinaria rinnovazione delle pinete (nel nostro caso di Pino d'Aleppo).

Proprio nel Gargano, Giordano et alii (1984) sono riusciti a censire 292mila piantine per ettaro, già dopo tre anni dall'incendio. Un secondo passaggio del fuoco è sufficiente a compromettere, a volte definitivamente, la riaffermazione della pineta per la semplice ragione che si sono esaurite le riserve di semi. Non ci sarà più la pineta, ma si ristabiliranno le condizioni per far posto alle naturali dinamiche floristico-vegetazionali, «represse» dalla stessa, che tenderanno alla naturale macchia mediterranea; in assenza di ulteriori disturbi, la macchia evolverà verso formazioni via via più complesse e stabili come la lecceta e, questo è interessante, con livelli di infiammabilità via via decrescenti. Diceva, un mio professore: «Non volete il fuoco, allora evitate le pinete».

Come si sono formate le pinete? La risposta è semplice! Fino a diversi decenni addietro, attorno alle pinete vi erano forti interessi economici (pece, corteccia, legname) e dunque si favoriva la loro affermazione (si «coltivava» la macchia/boscaglia facendo in modo che vegetassero solo i pini). Le pinete del Gargano sono tali per opera dell'uomo (non ho detto che non sono naturali).
La pineta è una condizione transitoria che può essere mantenuta tale con azioni selvicolturali, alla stessa maniera del contadino, che per avere la vigna, il grano o l'uliveto, deve costantemente ostacolare la crescita di altre specie, le «malerbe», usando anche i diserbanti. In ambiente mediterraneo, come è noto, la pineta, intesa come formazione climax, è tale solo nella fascia che segue il ginepro e dunque solo sulle scarpate/falesie costiere (qui è l'unico albero possibile), o nelle fasce retrodunali (se il contesto è la spiaggia). Al di fuori di queste è il risultato di precise scelte colturali (silvocolturali).

Ribadite queste verità, patrimonio comune di conoscenze, a nessun uomo di scienza è venuto mai in mente di usare il fuoco come pratica ecologica, se non in un'ottica del tutto particolare. E non c'è bisogno di andare in Australia. Si sa che man mano si va verso formazioni climax (stabili) si abbassa incredibilmente la Biodiversità (numero specie): nel famoso bosco tedesco (la Luneburger Haide) la cui ricchezza di specie fu motivo di conservazione con l'istituzione di un Parco Nazionale, le severe misure di tutela attuate, favorirono la graduale affermazione della vegetazione naturale (foresta) che però si rivelava monotona ed uniforme; l'affermazione della foresta naturale cancellava ciò che si voleva proteggere. Per ripristinare la diversità è stato addirittura favorito anche l'incendio.

In una lecceta, formazione climax del Mediterraneo, il numero delle specie non supera le dodici unità, in una gariga si va oltre 60; potrà nascere un giorno, lontanissimo ed improbabile, il bisogno di ricostruire o conservare piccoli siti ad alta biodiversità (per scopi di studio, didattico, culturale) facendoli «passare» attraverso il fuoco che, come si sa, favorisce la diversità (ad esempio con l'affermazione della gariga). Tutto qui l'uso del fuoco. Questi principi li conosce da sempre lo stesso pastore, il quale per arricchire la composizione dei pascoli, ha spesso usato il fuoco: si «ingentilisce il pascolo», usavano dire, perché s'insediavano nuove specie (soprattutto annuali), spuntavano nuovi germogli, si rinnovava il fogliame. Non ci risulta che gli incendi sul Gargano di questi ultimi anni sono frutto di pratiche agronomiche di pastori o pratiche ecologiche di qualche ornitologo.

Certo, è patrimonio comune che il vero problema del fuoco, quando è ripetuto, frequente sullo stesso sito, è l'insieme dei danni indiretti: i processi erosivi poiché aumentano l'aggressività d'impatto delle precipitazioni, il ruscellamento, lo scorrimento superficiale e in poco tempo si rischia che il prezioso terreno si riduca a nuda roccia. E poi, addio per sempre il «verde». Allora sarebbe il caso di impedire lo stesso taglio, che prontamente si fa nel Gargano, appena una pineta è bruciata. Ramaglie, tronchi, e quant'altro rimane dello «scheletro» della pineta, sarebbero sufficienti ad attenuare un pò l'impatto delle precipitazioni.

Il fuoco, se ben studiato, compreso, può essere anche gestito, e una razionale gestione comincia con il decidere che cosa fare delle Pinete. Non vogliamo rinunciare alle splendide pinete, suggestive cornici del nostro mare blu? Allora dobbiamo mettere in conto il rischio che un giorno o l'altro, la pineta può incendiarsi. Puliamo il sottobosco! Impieghiamo tanti disoccupati!. Non serve o non è la soluzione del problema. Il fuoco farà danno comunque: la lettiera è sufficiente a dar fiamme alle cortecce (altamente infiammabili); le chiome delle pinete prima o poi cominceranno ad ingiallire. Possiamo impiegare eserciti di uomini nella prevenzione (guardiania, sorveglianza), ma il bravo piromane, saprà trovare sempre come e soprattutto quando (le terribili giornate di libeccio) vendicarsi con gli uomini per mezzo della natura.

Dopo il fuoco vogliamo comunque un bosco? Non «occorre un'opera di rimboschimento caparbia e lungimirante», basta agire sulle successioni naturali, favorendo una più rapida affermazione (recupero della vegetazione spontanea) degli stati di recupero, senza passare con i costosi «coniferamenti» che tra l'altro hanno favorito la maggiore incidenza degli incendi. Da tempo lo sta dicendo la Botanica ed in particolare l'Ecologia del fuoco.

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