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La volontà individuale di vivere in pace

L'incontro di culture diverse segnato sul retro di un mobile in Belgio
articolo di Grazia D'Altilia


Cultura 19/11/2007 12:04
A difendere o meglio a sottolineare l’importanza di “salvaguardare” la nostra cultura, le nostre usanze, la nostra religione, la nostra identità storica si rischia di essere accusati di xenofobia, di razzismo; a non voler vedere o considerare quella che è diventata una vera invasione su territorio nazionale di gente che arriva da ogni parte del mondo, e in numero considerevole, si rischia di generare confusione, “anarchia” e la mancanza di una pianificazione che organizzi l’ integrazione.

È gente che approda in Italia per lavorare. Arrivano, però, senza sapere se effettivamente ne avranno la possibilità. D’altra parte, un numero considerevole di italiani rientra nella percentuale dei disoccupati…(Quando mio padre è emigrato in Belgio, nella stazione stessa ha dovuto mostrare il suo contratto di lavoro; chi non ne possedeva uno veniva immediatamente rimpatriato)…; In Italia arrivano e occupano interi quartieri, come testimoniano situazioni di vita di diverse nostre città o allestiscono campi, simili a dei veri ghetti, o alloggiano dove meglio credono all’aria aperta o “stipati” in abitazioni di chi approfitta … (Quando mio padre è emigrato in Belgio, oltre al contratto di lavoro aveva precise indicazioni riguardo il suo alloggio.)…

Al verificarsi di “incidenti” i governi d’appartenenza richiedono all’Italia una migliore gestione lanciando quasi messaggi circa l’incapacità di “accogliere” lo straniero…(Un giorno, mia madre si permise di mettere una tagliola per merli; si vide arrivare in casa due carabinieri che la informarono del rischio di una multa e di qualche giorno di carcere se l’episodio si fosse ripetuto.)…Mia madre dovette imparare a RISPETTARE regole che non le appartenevano perché non richieste dall’ambiente di provenienza…Ecco RISPETTARE! Perché definire razzista chi difende il proprio stile di vita? Integrarsi significa rispettare ed adattarsi. D’altronde vivere in società significa rispettare ed adattarsi…il fare “indifferente” che l’extracomunitario intervistato dai ragazzi sottolineava non permette né l’adattamento, né l’integrazione. “Pensare al lavoro e alla famiglia”, come lo stesso riferiva, frequentarsi solo tra simili non permette di essere assorbiti dal tessuto sociale dove chi accoglie e chi viene accolto di fatto s’incontrano, imparando a conoscersi. Questa “indifferenza” verso la cultura che è ospitante è il preludio, via via che questi gruppi aumenteranno di numero, all’intento del “dominare”. Altro che integrazione!

È invece nel non evitarsi e nel rispettarsi che, lentamente e quasi senza accorgersene, s’impara a vivere accanto. Un rispetto che deve essere individuale ed un rispetto che va redatto in “leggi”. Leggi che il governo dovrebbe varare per ridimensionare e regolamentare l’afflusso degli immigranti; leggi che salvaguardino il nostro grado di civiltà (impedendo, ad es. e per dirne una, interventi di infibulazione richiesti da musulmani e praticati ovviamente “di nascosto” in ospedali italiani, come documentato dalla famosa Orianna Fallaci, insieme a molti altri esempi di affossamento della nostra cultura descritti nei testi che costituiscono la sua “Trilogia” e che invito a leggere.; leggi che puniscano chi sbaglia e che allontanino chi identificato come pericoloso…
“Le istituzioni aiutano poco..” ha sostenuto ancora l’intervistato. Ma l’aiuto delle loro istituzioni qual è dal momento che sono scappati via dai loro Paesi? Provate a leggere negli elenchi relativi ai benefici per il diritto allo studio, presso le nostre università, ebbene circa il 70% e ribadisco il 70% di chi ne  gode si lega a nomi di studenti stranieri e non di studenti italiani! E mi risulta che anche nel Gargano, chi è in possesso di regolare contratto d’affitto, sebbene “extracomunitario”, ha diritto e di fatto percepisce l’aiuto economico messo a disposizione dal comune….

La questione è anche un’altra: l’Italia non è poi tutta questa penisola felice che purtroppo spesso i nostri mass media divulgano: tante famiglie italiane vivono disagi, tante famiglie italiane vivono il dramma della disoccupazione, della mancanza di una casa…gli italiani, a maggior diritto, dovrebbero dire che le istituzioni non aiutano…e non aiutano se in molte città la sera dopo una certa ora c’è quasi il “coprifuoco” e il “terrore” di attraversare certe zone di fatto limita di molto la libertà di viversi il proprio luogo di residenza o costringe a barricarsi con infissi di ferro alle finestre…Sì, certo, c’è tanta buona gente, ma c’è tanta disperazione. La disperazione va considerata dai nostri governi, a livello nazionale e a livello europeo.

Sì, certo, le leggi sono difficili da far rispettare, ma l’assenza di leggi determina caos totale. Inoltre, non bisogna dimenticare che, accanto a ciò che detta lo Stato, c’è quello che dettano le coscienze degli uomini. Porto un esempio. Quando i miei genitori hanno messo su casa in Belgio e gli italiani risiedevano ancora in numero contato, gli abitanti del luogo usavano lasciare sul davanzale della finestra il denaro per il lattaio e il panettiere che passavano ogni giorno. Mia madre, ovviamente, imparò a fare la stessa cosa. Via via che gli italiani aumentarono di numero, l’usanza si “perse”…dal davanzale delle finestre il denaro spariva…Lascio tirare le conclusioni e soprattutto lascio applicarle e generalizzarle alla vita sociale tutta…lascio pensare a quanto l’incontro di culture diverse e la convivenza siano poi legati oltre alla necessaria regolamentazione giuridica del comportamento, molto anche al filo sottile della volontà individuale di vivere in pace e nel rispetto reciproco.

Per chi avesse voglia di leggere ancora sull’argomento sul sito www.premiocarodiario.it è pubblicato un mio racconto “Biglietto di treno”, uno squarcio dettato dal mio essere stata “la piccola italiana”. La piccola  italiana, il cui nome è rimasto scritto sul retro di un mobile della vicina di casa (belga) che, come fosse una mamma, lo aveva appuntato insieme ad una data  e ad un motivo: in quel giorno avevo imparato ad andare in bicicletta. Tutto questo l’ho saputo quando pochi anni fa, dopo oltre 20 anni, sono tornata per qualche giorno in Belgio. È stata Anne Marie Kesch , la figlia della vicina di casa, a rivelarmelo ed ho pianto. Ho pianto di gioia, di sorpresa, di nostalgia, di un qualcosa difficile da spiegare, ma che davvero mi ha impresso un’emozione senza tempo e senza “confine”…                                            

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