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Il senso vero dello spazio e del tempo

Luciano Emmer, il suo amore racconta la nostra terra
articolo di Gaetano Berthoud


Cultura 18/11/2007 09:47
Ero ancora forestiero per questa terra quando ho imparato a conoscerla nel profondo e ad amarla. Mi legava ad essa prima del film un’antica amicizia con le persone. Ma non ancora un rapporto vero con la terra, quel rapporto che ad un certo punto ti fa smettere di essere forestiero e ti fa scoprire amico, fratello, amante.

Ho dovuto salire sull’elicottero per le prime riprese di “Foggia, non dirle mai addio” per scoprirla del tutto. Per le esigenze del film, giravamo in giugno, nei giorni intensi della mietitura del grano, quando le colline sono un mare giallo oro e già nel Tavoliere si alternano ai campi ancora gravidi di spighe quelli già mietuti, neri per la bruciatura delle stoppie. Sull’elicottero pareva non vi fosse confine tra la terra ed il cielo, tra la piana e le alture tutte coperte d’oro. A Castelfiorentino, tra i ruderi del luogo dove Federico II concluse la sua vita terrena, mi ha colto una sensazione di infinito: è come se la millenaria storia della Capitanata s’intrecciasse d’incanto con la distesa senza fine del Tavoliere che prorompe improvviso dalle balze del castello.

La Capitanata dei due mari: il mare azzurro del Gargano e quello giallo del Tavoliere. La Capitanata è i suoi colori, ma non in un senso oleografico o bozzettistico. Per dipingerla occorre armarsi di una tavolozza infinita. I colori di questa terra ne  disvelano l’identità profonda. Il film stesso è un incredibile alternarsi di colori, che solo questa terra è in grado di offrire: l’oro del grano, l’azzurro del mare, il verde delle olive “Belle di Cerignola”, il rosso dei pomodori stesi ad essiccare, il bianco delle piramidi di sale di Margherita di Savoia.  Il paesaggio trasuda la storia di cui questo territorio è intriso: i campi, le colline, i santuari, i castelli raccontano secoli di vita. Le spigolatrici, i braccianti, i pastori e le greggi transumanti, i terrazzani che da Borgo Croci partivano in cerca di erbe selvatiche, di funghi, di allodole, perfino la spiritualità dell’arcangelo Michele a Monte S.Angelo e di Padre Pio a S.Giovanni Rotondo, lo hanno plasmato e modellato.

L’uomo ha cambiato il territorio e ne è stato cambiato, e da questo continuo rapporto è scaturita la storia, il mito, come racconta la leggenda di Vieste e Pizzomunno, amanti sfortunati, il cui amore si ammanta d’eternità nel faraglione di Vieste. Ha ragione Eugenio Bennato quando canta: “Foggia è quello che è stato, e quello che ancora deve venire”. La Capitanata è anche la sua musica, in cui colori, sapori e passato si ritrovano per diventare espressione artistica vera. L’ho scoperta nello sguardo dei Cantori di Carpino, le cui canzoni concludono il film assieme alla poesia di Bennato. Uno sguardo profondo che guarda lontano, la canzone popolare vola ad abbracciare e ad inventare il futuro.

Il Gargano riesce ad essere contemporaneamente ieri, oggi e domani. L’invito che rivolgo a quanti la visitano ma anche a quanti la abitano è di lasciarsi contagiare da questo spirito che solo qui può ritrovarsi, in un’epoca in cui tutto sembra vivere fuori tempo, sempre più in fretta. Perché solo qui, si può ritrovare il senso vero dello spazio e del tempo.

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