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La biodiversità  ha sfamato i nostri nonni

Tanta storia nei passati inverni del Gargano
articolo di Nello Biscotti


Attualità  17/11/2007 17:46
«L'inverno è brutto», mi presagivano mia nonna, mia madre. A noi bambini, pur se come generazione non avevamo conosciuto la fame, l'inverno ci spaventava e, ad ogni finire dell'estate, dell'autunno, l'arrivo dell'inverno era vissuto con un sottilissimo senso d'angoscia.

Non siamo in Norvegia o in Russia, ma in un ambiente mediterraneo qual è il Gargano o quale potrebbe essere qualsiasi paese del nostro meridione. Perché anche qui, notoriamente con inverni miti, bisognava «svernare», affrontare una stagione in cui si concentrano l'80% delle piogge annuali; questo significava lunghi periodi d'inattività e soprattutto lunghi periodi in cui non vi era più niente da raccogliere.

Peggio delle formiche si raccoglieva d'estate: da giugno ad agosto, due mesi di fatiche dietro la raccolta del grano, tra mietitura, e trebbiatura. Diversi giorni per mietere, una decina di giorni per lasciare al sole i covoni; altri giorni, con lunghe carovane di muli, cavalli ed asini, per trasportare i covoni sulle aie. Qui iniziava la faticosa sgranatura a colpi di zoccoli di cavalli; il successivo lavoro di separazione delle cariossidi dalla paglia e della pula (loppa) veniva fatto con l'ausilio del vento (sventolatura con pale), lavoro penoso e faticoso, allorquando il vento si faceva desiderare. E poi portarlo al mulino.

Siamo ormai in agosto, all'atteso San Rocco, e ognuno doveva lasciare un po' del suo grano per organizzare la festa in suo onore. Due mesi di lavoro per farsi la scorta più importante: amido, farine, per fare pasta pane, dolci per tutto l'inverno e fino all'estate successiva; chi poteva, avendo un fazzoletto di terra, seminava. Alla stragrande maggioranza della gente, questa possibilità era preclusa. Ecco la fame dietro la porta di una moltitudine di donne, bambini che elemosinavano, un fico secco, una carruba infornata, una pera, una prugna secca. Spesso era proprio la frutta secca, o passata al forno, che placava la fame.

Bastava il raccolto del grano che andava male per innescare crisi terribili: in certe annate si seminava un quintale e se ne raccoglievano al massimo due; quando andava bene, ne seminavi uno e ne raccoglievi 10. La felicità era un sacco di grano in più del raccolto precedente. Le frequenti aridità primaverili-estive mettevano a serio rischio il raccolto. Inverni lunghi, piovosi e, anche con nevicate, con la sicura prospettiva di un'estate secca, arida, questo è stato sempre il sud, l'ambiente mediterraneo.

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