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Venti di Grecale.. e di storia!

Una Peschici d’altri tempi raccontata ai nostri figli
articolo di Piero Giannini


Cultura 30/06/2010 21:23
Per comprendere questo libro bisogna partire dal presupposto che l’autore, Paolo Labombarda, ha voluto regalare un’ampia descrizione di una Peschici d’altri tempi ai suoi figli, e a noi tutti.

In un piccolo paesino come Peschici, il passato e le tradizioni hanno un peso che altrove non viene ugualmente apprezzato. E così, l’Autore ci racconta la storia con gli occhi di sua madre, Bianca, che dopo essersi sposata a Roma con Gino, per via dello scoppio della seconda guerra mondiale e del richiamo alle armi del compagno, è costretta a partire col “piccolo Paolo” di appena tre mesi nella terra natìa del marito: Peschici.

La donna, estranea alla realtà del paese, si cimenta nella conoscenza del luogo e delle usanze locali, incantata dal dialetto (al quale amorevolmente indulge l’A.) che, pur essendo lei meridionale e pugliese, fatica a comprendere. Il libro allora, seguendo le sue impressioni e sensazioni, va quasi naturalmente a dividersi nelle dettagliate descrizioni della “Vita di famiglia”, della “Vita di paese”, della “Vita di campi e di marine”, così che il lettore si ritrova a rivivere il dramma della guerra in un piccolo paradiso con le sue leggi e i suoi ritmi, per poi giungere verso la fine del conflitto a un finale toccante tutto da scoprire.

Facciamo i nostri auguri a Paolo Labombarda e saremo lieti di presenziare alla presentazione del libro che si terrà nella Sala Consiliare del Comune di Peschici il 22 luglio prossimo, alle ore 19, con vari interventi.

“Venti di Grecale” (Peschici anni ’40”)
Paolo Labombarda - Editore Gruppo Albatros Il Filo (collana Terre)
pagg 290 - € 16,50.


SINOSSI= “Venti di Grecale” (foto del titolo, focus copertina; ndr) è il racconto della vita di Bianca, a Peschici, dal 1940 al 1946. Peschici è appollaiata incistata su uno sperone di roccia a picco sul mare alto quasi cento metri, situato all’estremità nord-est del promontorio del Gargano: tutt’intorno, da più parti, mare, mare, e mare; da altre parti pinete, oliveti; la linea costiera, un susseguirsi continuo di promontori verdi, di calette sabbiose, di spiagge. Intorno allo sperone, aggirando i promontori e insinuandosi nelle calette, giocano spesso i venti: giocano il maestrale e lo scirocco, che spirano nelle direzioni della linea costiera; gioca il grecale, che arriva dai Balcani scalando la costa frontalmente e, talvolta furioso, gonfia il mare, che si frange burrascoso, e spazza via le nuvole, accendendo il paesaggio di colori luminosi.

Nel 1940, Peschici è paesino della periferia del Regno d’Italia, nel quale risiedono un migliaio di anime. E’ collegato al resto del mondo via terra da una stradina bianca, polverosa, disastrata (foto 1 sotto). Lungo la stradina, a qualche chilometro, la stazione di Calenella servita da un binario e da un trenino a vapore (foto 2) che attraversando tutto il Gargano la congiunge di tanto in tanto a San Severo. Peschici risulta praticamente isolata. La siccità, nella zona, regna sovrana e induce una povertà atavica. Solo pochissimi peschiciani, generalmente latifondisti, sono benestanti; alcuni sono contadini, pochi sono pescatori, pochissimi pastori, pochi artigiani, molti senza arte né parte.

A Peschici non c’è acqua potabile, non c’è energia elettrica, non c’è gas, non c’è rete fognaria. La maggior parte della gente, quando si sposta, se si sposta, lo fa con asini e muli. I pochi abbienti si muovono con qualche carrozza trainata da cavalli. Di automobili ce n’è una sola, una Fiat 621 sgangherata in dotazione ai carabinieri. I trasporti vengono effettuati a dorso di mulo, o con i traini, grossi carri completamente in legno, ruote comprese (foto 3). Le poche merci che arrivano da fuori, soprattutto derrate, sono importate con pescherecci da Manfredonia. Le informazioni dal mondo arrivano, se arrivano, in ritardo, sfocate: le radio sono pochissime, ad alimentazione autonoma; i giornali arrivano con il trenino. I peschiciani, d’altra parte, sono per la più gran parte analfabeti e parlano un dialetto di origine slava difficilmente accessibile: il mezzo meno improbabile per comunicare con loro è il banditore. Il paese appare ancorato al medioevo.

Nel 1940, l’Italia entra in guerra: è la seconda “mondiale”. Devastante, sconvolge il mondo intero fino alla seconda metà del ’45 e porta agli italiani l’umiliazione della sconfitta bellica, il crollo delle illusioni imperiali, il tramonto del fascismo, gli orrori della guerra civile, il declino della monarchia. Bianca nel 1940 vive a Roma. Nata ad Alberona, borgo sui monti della Daunia, è la sposa di Gino ed è divenuta madre di Paolo all’inizio dell’anno. Gino, all’entrata in guerra dell’Italia, viene richiamato alle armi: parte per l’Africa baldanzoso, certo di tornare a casa ben presto vincitore. Bianca, rimasta sola a Roma con il figlio neonato, viene convinta da Papà Paolo, il padre di Gino, a trasferirsi a Peschici in casa della famiglia di Gino. Bianca resta a Peschici fino al ritorno di Gino dall’India nel ’46: in India, sull’Himalaya, Gino caduto prigioniero in Africa, è custodito dagli inglesi.

Bianca racconta la vita quotidiana, semplice e dura: il paesaggio, il paese, i riti della famiglia, le consuetudini del luogo, la vita nei campi e nelle marine, gli echi della guerra mondiale - che, seppure distanti, inducono sacrifici anche di vite umane, - le evocazioni dell’India fascinosa trasmesse da Gino. E delinea un crogiolo di immagini, di brani di vita, di personaggi, di relazioni. Accadono, giorno dopo giorno, trainati dalla ruota del tempo, scanditi da folate di grecale, gli eventi che accadono nella vita di ogni uomo, nella vita di ogni giorno: nascite, lavoro, innamoramenti, lavoro, matrimoni, morti. «Eh, Biancù, l'omënë k'ànna fa” riflette Papà Paolo con Bianca. “Nascënë, fannë fìgghjë, e morënë.”

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