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Il silenzio degli "Innocenti"

Con Kalena crolla la dignità  dei Garganici
articolo di Michele Eugenio Di Carlo


Cultura 19/06/2009 17:52

Quell'Abbazia di Kàlena, solo qualche mese fa, descritta come maestosa, signora del cielo e della terra, adagiata in perfetta e voluta solitudine, pietosamente conservata dai mille anni trascorsi a seminare storia e cultura, rappresentata da artisti di pregio, immortalata da fotografi di fama, giace ora ferita, e orgogliosa, ignorata dalle mille catene dell'incuria, dell'oblio, dell'ingratitudine.

Testimone offesa, specchio del disinteresse, pubblico e privato, verso la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale, immagine simbolica dell'abbandono.

E pur ferita Kàlena continua ad emanare con rinnovata forza, con accresciuta attrazione, con moltiplicato richiamo, i suoi bagliori ricchi di una meditazione devota millenaria, avvolgendo nel mistero dei tempi andati il pellegrino e il viandante, le cui emozioni risalgono ad un misticismo indefinibile che sorprende colui che, oltre la nuda e povera pietra, intravede in essa l'anima di un popolo e il sapere antico di una civiltà estinta.

Queste le sensazioni uniche e avvolgenti che per lunghi, intensi, emozionanti momenti hanno vissuto i convenuti alla manifestazione "Un drappo bianco a Kàlena per la libertà di Aung San Suu Kyi" (Premio Nobel per la pace 1991, Premio internazionale Torre di Belloluogo 2009), organizzata da Carla De Nunzio e Beniamino Piemontese, Presidente e Coordinatore dell'Associazione "Ideale osservatorio" Torre di Belloluogo (Lecce), da Teresa Maria Rauzino, Presidente del Centro studi "Giuseppe Martella" di Peschici, nell'intesa di costruire un solido "ponte ideale" tra la cultura salentina e quella garganica, a suggellare la quale hanno contribuito l'estro poetico di Enzo Campobasso, l'acume letterario di Pietro Giannini, le sapienti citazioni mnemoniche di Michele Angelicchio, il giovanile candore della bellissima Irene Ruotolo.

Una manifestazione importante, non a caso voluta a Kàlena, per sollecitare il mondo intero sulla libertà di Aung San Suu Kyi, per richiamare l'attenzione ai tanti luoghi della memoria su cui incombe un triste destino, proprio nel momento in cui crollava l'abside della chiesa nuova.

Una perdita immateriale a simboleggiare il crollo della dignità di un popolo, non la fine di una volontà condivisa di rinascita.

Perché l'alito sublime e impetuoso di Kàlena ferita, in questa notte magica di stelle e di tramontana, messaggeri l'armonico ondeggiare del suo mare e il soffio impetuoso del suo vento, si è diffuso nell'aria giungendo a noi come un canto gregoriano, limpido e chiaro, salito dalle onde e accompagnato come sempre da mille voci greche, diomedee, omeriche, a testimoniare che la cultura dell'accoglienza garganica non può, e non deve, morire qui ed ora.

E ancora una volta, questa nobile "voce del passato, sempre presente, mossa a pietà e supplicante, affinché si liberi oltre il mare, ancora una volta, libero e forte, il nostro grido di dolore", ci suggerisce, decisa e prepotente, la nuova tappa per segnare la rinascita, richiamare la memoria,  ripensare la storia.

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