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Il Macchiatello si riconferma autentico prodotto tipico

La guida "I vini di Veronelli 2009" passa anche per il Gargano
articolo di Gaetano Berthoud


Gargano in tavola 28/12/2008 16:25
Sulla Guida I Vini Veronelli 2009, per la seconda volta Il Macchiatello, vino di vitigni storici del Gargano, è per la seconda volta nella rinomata guida “I Vini Veronelli 2009”.

Il vino della guida è quello della vendemmia 2007: 13.7 gradi e soprattutto 2116 mg/litro di polifenoli. Insomma tanti antiossidanti, naturali, da vitigni antichi, senza necessariamente ricorrere al transgenico come l’ultima trovata dei pomodori viola, ma semplicemente trasformando in vino vitigni locali, storici come li si voglia chiamare. E’ solo un gioco di cui sono artefici i fratelli Nello e Michele Biscotti, tutto fatto in una piccola cantina come lo era già nel 1833, dislocata in una viuzza del centro storico di Vico del Gargano, un piccolo esperimento di qualcuno che scommette, studia l’agrobiodiversità, con la speranza di trovare “geni” che possano diventare risorse, culturali, economiche.

Di geni, di particolarità, per fortuna ve sono tante, ancora, ma il loro destino è legato alle sempre più sparute figure di contadini, che ancora coltivano vecchie piante: ormai non le moltiplicano già da tempo, e se qualcuno pianta un albero, è spesso comprato in vivai, con varietà che hanno l’assurda pretesa di poter essere piantate in ogni luogo.

La guida 2009 -  un’ edizione che raccoglie 2978 aziende, di cui 242 esordienti, con 16.684 vini descritti e fra questi 2180 al loro esordio – è stata presentata il 29 ottobre a Milano (Hotel Principe di Savoia, Piazza della Repubblica). Tra quelli nuovamente esordienti vi è il MACCHIATELLO:  appena 1000 bottiglie, da una piccola collezione che salva dall’estinzione 12 vitigni dell’antica tradizione vitivinicola del Gargano.

Il vino,  rosso, elevato in acciaio,  è un esperimento di vinificare con  un “occhio” scientifico (uso lieviti selezionati, dosaggio razionale di SO2) – mi dice Biscotti -   un uvaggio caratteristico, antico:  circa il 50% un vitigno (Uva della Macchia)  e il rimanente,  vitigni diversi,  tutti comunque particolarmente aromatici. La stessa vigna era disegnata con questo uvaggio. Questa, era in generale la caratteristica del Gargano, della Puglia, che si diversificava poi in una miriade di realtà agricole locali; a Vico del Gargano era consuetudine di fare vigne a prevalenza di ceppi antichi di Malvasie nere,  e soprattutto, con il vitigno “Uva della Macchia” (vigoroso anche in terreni poveri)  sicuramente autoctono – aggiunge Biscotti – che dai ricordi del padre -  raccontava che era stato trovato agli inizi dell’800 in una contrada denominata “Macchia” (di qui il nome del  vino), con ogni probabilità una spontaneizzazione di ceppi preesistenti e dunque di antica origine.

Altrove  trovare un vitigno è come trovare un tesoro: vedi, la Sicilia, la Sardegna,   lo stesso Salento, nelle quali i vitigni  storici si sono rilevati efficacissime strategie di marketing territoriale e nuove attività economiche.  Per il resto della Puglia? Si lo straordinario Nero di Troia, il Negroamaro, il Bombino…! Ma solo questi? forse ne abbiamo tanti  o non vi è rimasto più niente  e pertanto non matura ancora la consapevolezza del loro valore?. Manca la consapevolezza della loro ricchezza e non lo sapremo mai se non cominceremo a cercali, con la stessa filosofia degli archeologi.

A quei tempi,  mi raccontava un contadino - “non c’erano dolci e caramelle e per l’occasione della ricorrenza di Tutti i Santi, ai bambini buoni il premio era la calzetta dei morti riempita di un grappolo di Uva Pergola”. Un vitigno da tavola, ma anche da vino:   fioriva anche tre volte, la seconda fioritura maturava i suoi grappoli a fine ottobre, la terza anche a gennaio.

I vitigni garganici, continua Biscotti -  sono quelli sopravvissuti alla fillossera (inizio 900) grazie alla  tenacia dei contadini. Fortuna volle infatti, che nella ricostruzione dei vigneti si riaffermerà ancora il modello plurivarietale, recuperando il più possibile l’antico patrimonio varietale che altrove andrà perduto con la riconversione al modello monovarietale”.

Di questa lunga storia sono testimoni i vitigni garganici, scovati, almeno quelli sopravvissuti all’abbandono,  in una ricerca di qualche anno fa da Biscotti ( Progetto Ente Parco nazionale del Gargano), vitigni con una straordinaria diversità:  in gran parte neri e da vino, da quello adattato a vegetare a 600 m s.l.m.,  a quello capace di dare ottime uve sulla stessa spiaggia, i vitigni cosiddetti degli “sciali” (che sta appunto per spiaggia).

Nel resto della Puglia, nel Foggiano, Barese, dopo la fillossera, sotto la spinta francese si afferma invece il modello monovarietale, e si abbandona  completamente il variegato patrimonio di vitigni locali: “le uve più fini ed aromatiche vennero bandite” (Froio, 1833). Da allora (sul finire dell’800 la Puglia è la principale esportatrice di vini d’Italia) forse continuiamo a produrre quel grande fiume di vino nero, carico, alcolico: oggi abbiamo imparato a farlo meglio ma lo scenario è sempre quello di  grandi autocisterne cariche di vini di Montepulciano, Sangiovese, anche Merlot, che viaggiano dalla Puglia   verso il nord. A voi immaginare dove si fermeranno! I migliori vini per la Guida Oro “I Vini di Veronelli” 2009, i famosissimi Super-Tre,  super-tre stelle,  sono 707 (Piemonte, 236; Toscana, 188): Puglia solamente 11!!. E’ possibile che dalla regione che potrebbe chiamarsi “enotria” (Manicone, 1806) siamo capaci di esprimere solo 11 vini?.
 

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