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La Direttiva Habitat e la Vegetazione

Natura 2000 e Il Gargano
articolo di Nello Biscotti


Attualità  28/05/2008 17:16
Con l’emanazione di questa Direttiva si mettono in pratica azioni concrete in difesa della biodiversità: la protezione delle specie (vegetali ed animali) sia con azioni dirette, sia con la protezione degli ambienti (Habitat) in cui le stesse vivono. Il ruolo della vegetazione in questa Direttiva è di estrema importanza, poiché viene riconosciuto il valore del livello di organizzazione fitocenotica delle biodiversità, organizzazione che viene rilevata mediante l’analisi fitosociologica. L’Allegato I della Direttiva ripropone la terminologia fitosociologica e pertanto si riconosce a questa scienza per la prima volta un ruolo importante per la conoscenza e la gestione della biodiversità.

La Fitosociologia, oggi Scienza della Vegetazione, ha avuto il compito di individuare e denominare la biodiversità, e di concorrere a definire i modelli gestionali più appropriati per la conservazione dei siti individuati. Ancor più prezioso sarà il compito del monitoraggio degli stessi tenendo conto anche dell’importanza che va sempre più assumento la biodiversità indotta dallo stesso uomo (agricoltore ed allevatore di piante). Molti habitat, infatti, della Direttiva, sono stati individuati in contesti fortemente antropizzati, e tra questi sono stati indicati diversi secondari o seminaturali tra i quali praterie, boschi, direttamente legati alla plurisecolare utilizzazione da parte dell’uomo.
 
Questa particolare ed interessante condizione caratterizza il Gargano, comprensorio fortemente antropizzato che nel contempo riserva straordinari valori di biodiversità in gran parte frutto della tradizionale pratica agro-silvo-pastorale, il cui recupero o mantenimento sarà determinante per la salvaguardia della stessa.  Dai nostri rilievi sono emerse interessanti fitocenosi anche all’interno di uliveti, molti dei quali di età secolare.

Di qui è maturata la proposta d’inserimento degli “Oliveti secolari” come nuovo habitat nell’allegato I della Direttiva 92/43CEE (Biondi, Biscotti, Casavecchia & Marrese, 2007) per la salvaguardia un habitat antichissimo, originato nelle regioni termo-mediterranee e talora anche meso-mediterranee, dall’attività dell’uomo che ha allevato, alternandosi tra generazioni, alberi secolari, maestosi, ottenuti attraverso l’addomesticazione dell’olivastro (Olea europea var. sylvestris). Si tratta di formazioni di indubbio valore paesaggistico ma non solo, sono ambienti di notevole importanza fitocenotica, seppure sottoposti continuamente alle pratiche agricole che sono tradizionali e notevolmente diverse rispetto a quelle che si dedicano agli oliveti di recente impianto.

Per questa ricchezza fitocenotica in alcune realtà gli uliveti sono divenuti "pascoli olivetati" (Gargano, Murge, Sicilia) per la ricchezza di erbe pabulari (leguminose)  e non, tra le quali orchidee (Anacamptis  pyramidalis, Orchis purpurea, Orchis maculata, Ophrys garganica). Con gli uliveti tradizionali si è realizzato un valido esempio di agricoltura sostenibile, per essere riusciti a coniugare necessità antropiche e salvaguardia dei processi naturali, che in molti casi si sono potuti potenziare ed arricchire (paesaggi culturali). In questi,  oltre agli olivi,  si possono rinvenire oggi anche altri alberi secolari come ad esempio il carrubo (Ceratonia siliqua).

Il Gargano è un esempio in forte rarefazione in Italia, per il graduale abbandono della coltura, o il mandorlo (Prunus dulcis) probabilmente ottenuto addomesticando la specie ancestrale del P. webbii rinvenuto in Italia sia in Puglia (Gargano),  sia in Sicilia.
Gli oliveti sono un esempio di come i coltivi tradizionali hanno creato funzioni ecologiche (es. corridoi ecologici) che governano oggi la presenza, la distribuzione e l’abbondanza di  tante specie faunistiche. Agli oliveti del mediterraneo sono ad esempio legate tutte le specie di uccelli frugivori svernanti.

La proposta è di considerare “Oliveti secolari” habitat  prioritario poiché rischia di scomparire dal territorio dell’U.E. e di inserirlo nella tipologia 63 dei “Boschi di sclerofille utilizzati come terreni di pascolo (dehesas)”.

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